L’amore imperfetto

Dove nasce l’attuale disorientamento della famiglia e dei suoi membri

(Di Claudio Risé, da “L’Osservatore Romano”, 14 luglio 2013, www.osservatoreromano.va)

Si moltiplicano le riflessioni orali e scritte su l’amore imperfetto. Il recentissimo seminario della Pontificia Commissione per la Famiglia su L’amore imperfetto. La madre e il padre nell’educazione dei figli, così come i recenti libri della psicologa Grazia Attili, (L’amore imperfetto. Perché i genitori non sono sempre come li vorremmo. Il Mulino), o quelli della neuropsichiatra Mariolina Ceriotti (La coppia imperfetta, La famiglia imperfetta. Ares), accettano di lasciarsi provocare dall’ imperfezione dell’amore. Sia quello che abbiamo ricevuto che quello che siamo chiamati a dare, in particolare nei rapporti tra generazioni e nel processo educativo di cui proprio l’amore è indispensabile veicolo.
Questi lavori si impegnano a rispondere alla forte domanda d’amore, insoddisfatta da modelli culturali sterili e utilitaristici oggi proposti in modo sempre più pervasivo. Ciò richiede però di andare oltre l’analisi della scena familiare.
L’attuale disorientamento della famiglia e dei suoi membri, infatti, non nasce solo al suo interno. Così il suo superamento non è ottenibile solo con una dettagliata descrizione delle dinamiche familiari. Esse rimandano sempre, infatti, ad una ferita più profonda, più ampia. Il malessere della modernità è di natura antropologica.
Oggi è in questione lo stesso statuto dell’uomo nelle sue caratteristiche fondamentali: per esempio se sia una creatura oppure (come viene sempre più spesso descritto) un creatore, se sia un soggetto dotato di libertà o un oggetto prodotto e continuamente aggiornabile e manipolabile dalle tecnoscienze. Leggi il resto dell’articolo

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Né bisbetico né frivolo

padre (Claudio Risé, da “L’Osservatore Romano”, 19 maggio 2013, www.vatican.va)

Indagine sulla complessità della figura genitoriale maschile (dalla Premessa del volume Il padre libertà dono, Edizioni Ares, 2013)

Chi è il padre? È questa la domanda forse più ansiosamente ripetuta nella letteratura psicologica contemporanea. Ciò fornisce intanto due informazioni. La prima: se continuiamo a chiedercelo è perché molti non sanno più chi sia. La seconda: chiarirci le idee è dunque necessario, anche se non facile.
Padre, innanzitutto, è preda dei fantasmi di uomini e donne che l’hanno fatto fuori. Imprigionandolo con rappresentazioni di maniera che corrispondono ormai solo alle loro paure, o nostalgie. Per gli uni è il barbuto bisbetico il cui sguardo rimprovera dal ritratto ormai riposto in qualche cassetto; per gli altri è il frivolo papà vestito all’ultima moda e incapace di «dare norme». La realtà è più complessa, non facile da rappresentare; ma bisogna provarci.
Le opinioni su chi sia il padre già si differenziano tra Sigmund Freud e Carl Gustav Jung, all’inizio della psicoanalisi. Per Freud il padre era innanzitutto l’antagonista del figlio (simboleggiato nella vicenda mitica di Edipo) nella competizione per il possesso della madre. Sconfiggendolo, rendeva il figlio consapevole della legge e del principio di realtà.
Nell’esperienza terapeutica junghiana invece, il padre, oltre e al di là dell’«Edipo» freudiano, è un’immagine transpersonale che compare con nomi diversi fra gli archetipi dell’inconscio collettivo, centri permanenti di energia psichica. Questa presenza dell’inconscio personale e collettivo va al di là del padre personale, diventa stabile riferimento del sé del bambino, alimenta e ispira esperienze importanti per il suo equilibrio psicologico complessivo (come quelle creative, sociali, religiose). La sua attività sulla psiche umana si rivela in modo esplicito durante e dopo il processo di separazione che conclude la fusione madre-figlio, alla cui riuscita fortemente contribuisce. Leggi il resto dell’articolo

Oggi ai figli serve il padre. Per imparare a crescere

padre(Di Claudio Risé, da “Il Giornale”, 27 marzo 2013, www.ilgiornale.it)

Per oltre quarant’anni la figura paterna è stata definita superflua e autoritaria. Ma il malessere psichico di molti pazienti si spiega proprio con la sua assenza

La madre è indispensabile per nascere, ed entrare nella vita; il padre per crescere ed entrare nel tempo e nella storia. Entrambi per vivere, e imparare ad amare ed essere amati.
So bene che si tratta di un’affermazione scandalosamente sentimentale in tempi in cui i governi occidentali progettano di chiamare i genitori con le lettere dell’alfabeto (i numeri sarebbero già troppo personali, e gerarchici. Per quanto anche le lettere vengono una prima, l’altra dopo… Come la metteranno? Beh, se la vedranno loro).
Mi sento però di dirla, questa cosa impronunciabile, poiché da più di 35 anni mi aggiro (su loro richiesta) nella psiche di persone sofferenti, condividendone il dolore e la speranza. Che diventa molto spesso quella di uscire da un materno di cui si sentono tuttora in qualche modo prigionieri, e incontrare un «paterno» affettuoso e sicuro, che li aiuti ad affezionarsi alla propria libertà.
Naturalmente questo «materno» non è più la madre (almeno spesso, troppe volte però è ancora lei), ma è diventato ormai il modo di essere della persona (femmina o maschio che sia), in costante attesa di riconoscimento, accudimento e nutrimento. E quello che manca è appunto il maschile-paterno, capace di iniziativa, azione, e disposto ad assumersene la responsabilità. Manca (e abbiamo visto il perché) sia ai maschi sia a molte donne, comunque più attive, perché quasi mai la figura materna è mancata, mentre quella paterna è stata spesso assente. Leggi il resto dell’articolo