Gli insegnanti dei nostri figli li scegliamo noi

(Di Costanza Signorelli. Intervista alla coordinatrice della Scuola Hobbit, la scuola parentale che da Staggia Senese si sta diffondendo in tutta Italia)

È ancora possibile oggi parlare di libertà di educazione? In una realtà dove lo Stato prepotente si è preso il monopolio dell’istruzione e la scuola paritaria rischia di essere ridotta, suo malgrado, ad una fotocopia sbiadita e costosa della formula pubblica, c’è ancora spazio per i genitori che desiderano essere i protagonisti dell’educazione dei propri figli? Esiste una possibilità perché mamme e papà si riapproprino del “diritto e dovere di educare e istruire”, senza stare a guardare impotenti il cocktail letale che lo Stato somministra ai propri pargoli? Leggasi da ultimo, l’imminente obbligo ministeriale all’insegnamento delle teorie gender nelle scuole di ogni ordine e grado. È tutto già scritto? Ai genitori non rimane che il compito di tamponare e arginare – se va bene – i danni della mala educación scolastica?
Non esageriamo nel denunciare la deriva del sistema scolastico pubblico, cosi come non sono retorica le nostre domande. Questi stessi interrogativi animano la mente e il cuore di molti genitori, tutti quei genitori che desiderano educare i propri figli secondo i sani principi della nostra tradizione: l’amore incondizionato per la vita, dall’inizio alla fine; il valore della famiglia, una e indivisibile; il senso del bene, del vero e del bello. Ma si scontrano con una Scuola che, sempre più, li tradisce e li ostacola. Se molti di loro, per come possono, cercano di darvi una risposta, alcuni hanno deciso di farlo in un modo davvero speciale.
È quanto sta accadendo a Staggia Senese, un paesello di poco più di tremila anime in provincia di Siena (Toscana). È qui che un gruppo di mamme e papà hanno capito che per avere una scuola libera-per-davvero, non gli rimaneva che farsela da sé. Nasce così la Scuola Hobbit (clicca qui), una scuola parentale che si ispira al modello di Home-schooling nato in America una trentina di anni fa. Questa esperienza, in verità, non è che l’inizio di un’onda che sta coprendo tutte le regioni d’Italia, con una serie d’iniziative destinate a moltiplicarsi assai rapidamente. Il motivo? Lo ha detto in modo molto semplice Papa Francesco: “Per favore, non lasciamoci rubare l’amore per la scuola!” .
Ne abbiamo parlato con Giulia Pieragnoli, coordinatrice della Scuola Hobbit.


Giulia come nasce l’idea della Scuola Hobbit?

Come gruppo di giovani genitori della nostra parrocchia, avendo ciascuno due o tre figli in età scolare, ci siamo posti la semplice domanda: dove mandiamo i nostri bambini a scuola? Desideravamo una scuola cattolica, ma soprattutto libera, cioè una scuola che ci garantisse la piena responsabilità educativa dei nostri figli. Cercando, abbiamo scoperto la realtà delle scuole parentali già presenti in tutta Italia, per esempio a Bologna la scuola parentale “Mariele Ventre”. In Toscana non ne esisteva ancora una, dunque ci siamo detti: perché non iniziare noi? Abbiamo chiesto la disponibilità dei locali della parrocchia al nostro parroco don Stefano Bimbi e lui si è dimostrato molto accogliente.

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La libertà: un dono di ogni padre

padre(Intervista a Claudio Risé, di Luca Marcolivio, da “Zenit”, 19 agosto 2013, www.zenit.org)

Tra i libri in corso di presentazione alla XXXIV edizione del Meeting di Rimini, c’è Il padre. Libertà. Dono (Ares, 2013) di Claudio Risé. Il noto psicoterapeuta ha già all’attivo numerose pubblicazioni sul tema della paternità.
In questo nuovo saggio, Risé ha voluto analizzare un aspetto relativamente poco studiato delle dinamiche psicologiche familiari, ovvero il modo in cui l’autorità paterna, lungi dal reprimere la personalità del figlio, lo aiuta nella conquista del bene prezioso della libertà.
Per conoscere i contenuti de Il padre. Libertà. Dono, ZENIT ha intervistato l’autore.

Prof. Risé, lei ha già all’attivo numerose pubblicazioni sulla figura del padre. In questo nuovo volume quale aspetto particolare viene affrontato?
Claudio Risé: Ho sentito la necessità di accentuare l’aspetto della relazione tra padre e libertà, di presentare il padre come colui che porta l’esperienza della libertà nella vita dei figli. L’ho fatto per rispondere allo stereotipo diffuso secondo il quale il padre rappresenterebbe l’autorità, sarebbe una figura autoritaria. C’è poi l’ostilità di tutto il sistema mediatico, da decenni impegnato in una marginalizzazione della figura del padre, sia come padre terreno che nell’archetipo del Padre celeste. Tuttavia, la auctoritas (da augeo, “accrescere”) ha proprio la funzione di far crescere i figli, di dare spazio alla loro libertà. L’autorità, quindi, non è per il piacere fine a se stesso di esercitarla. Il punto è proprio testimoniare la libertà nella vita dei figli. Don Giussani diceva: “Libertà è la possibilità di decidere, di vedere, di riconoscere, di decidere, del proprio destino, del destino dell’irripetibile persona umana”. Dopo un indispensabile periodo di dipendenza, di fusione, che è quello della formazione del bambino, prima nel ventre materno, poi dopo la nascita, dove la fusione è necessaria per la formazione della personalità, è necessario l’intervento di una figura terza che è proprio quella del padre, che amorosamente si avvicina al bambino per distaccarlo da questa fusione con la madre e portarlo al riconoscimento della propria libertà di avere un proprio destino personale, di doversene prendere la responsabilità, di doverlo difendere dai condizionamenti: questo è il padre e questa è la ragione principale per la quale ho scritto questo libro.

Qual è invece il legame tra padre e dono (il secondo concetto espresso nel titolo)?
Claudio Risé: Il dono del padre è proprio quello di presentare la libertà al figlio. Parlo di dono proprio perché soprattutto oggi, anche concretamente, è l’unico modo che il padre ha per entrare in relazione con il figlio, anche affrontando l’eventuale ostilità della madre a conferire questa libertà al figlio. L’unico modo che il padre ha di raggiungere il figlio è il dono e un dono va fatto in modo discreto, senza aspettarsi un riscontro immediato di gratitudine. Un dono, in quanto tale, non attende conferme. Il processo di formazione dei figli dura molti anni, attraversa molte fasi, incontra molti ostacoli. Quando però il padre presenta i suoi doni, con affetto, discrezione, profondità, quei doni rimarranno, incideranno in qualche modo nella vita dei figli. Tuttavia non bisogna avere fretta, né essere avidi di conferme: anche in questo dobbiamo accettare il mistero della vita umana.

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L’amore imperfetto

Dove nasce l’attuale disorientamento della famiglia e dei suoi membri

(Di Claudio Risé, da “L’Osservatore Romano”, 14 luglio 2013, www.osservatoreromano.va)

Si moltiplicano le riflessioni orali e scritte su l’amore imperfetto. Il recentissimo seminario della Pontificia Commissione per la Famiglia su L’amore imperfetto. La madre e il padre nell’educazione dei figli, così come i recenti libri della psicologa Grazia Attili, (L’amore imperfetto. Perché i genitori non sono sempre come li vorremmo. Il Mulino), o quelli della neuropsichiatra Mariolina Ceriotti (La coppia imperfetta, La famiglia imperfetta. Ares), accettano di lasciarsi provocare dall’ imperfezione dell’amore. Sia quello che abbiamo ricevuto che quello che siamo chiamati a dare, in particolare nei rapporti tra generazioni e nel processo educativo di cui proprio l’amore è indispensabile veicolo.
Questi lavori si impegnano a rispondere alla forte domanda d’amore, insoddisfatta da modelli culturali sterili e utilitaristici oggi proposti in modo sempre più pervasivo. Ciò richiede però di andare oltre l’analisi della scena familiare.
L’attuale disorientamento della famiglia e dei suoi membri, infatti, non nasce solo al suo interno. Così il suo superamento non è ottenibile solo con una dettagliata descrizione delle dinamiche familiari. Esse rimandano sempre, infatti, ad una ferita più profonda, più ampia. Il malessere della modernità è di natura antropologica.
Oggi è in questione lo stesso statuto dell’uomo nelle sue caratteristiche fondamentali: per esempio se sia una creatura oppure (come viene sempre più spesso descritto) un creatore, se sia un soggetto dotato di libertà o un oggetto prodotto e continuamente aggiornabile e manipolabile dalle tecnoscienze. Leggi il resto dell’articolo

La paternità di cui c’è bisogno

padre(Di Flora Crescini, da “Tracce”, 2 maggio 2013, www.tracce.it)

In libreria l’ultimo libro dello psicoanalista Claudio Risé. A tema la figura del padre, essenziale «per vivere, e imparare ad amare ed essere amati». Eppure oggi «assistiamo tristemente alla sua evaporazione». Le conseguenze? Si vedono sui figli

«La madre è indispensabile per nascere, ed entrare nella vita; il padre per crescere ed entrare nel tempo e nella storia. Entrambi per vivere, e imparare ad amare ed essere amati», scrive Claudio Risé nel suo bel libro Il padre, libertà dono, con prefazione di Pietro Barcellona. Sembrano verità lapalissiane, ma non tanto, poiché, oggi, assistiamo tristemente all’evaporazione del padre e, di conseguenza, all’evaporazione dei figli.
Si tratta di un processo già iniziato da tempo, «per lo meno da quando la Rivoluzione Francese (come disse Balzac) “decapitando il Re, tagliò la testa a tutti i padri di Francia”. Infatti quel gesto, negando la subalternità del Re al Padre, faceva anche del padre naturale non più il rappresentante terreno di una paternità trascendente, ma l’autonomo detentore di funzioni (educative, di cura, disciplinari) che da lì in poi sarebbero passate allo Stato».
Si tratta di un passaggio tragico che ha portato alla cancellazione del padre e di qualcosa di più. Leggi il resto dell’articolo

Lo Stato contro il padre, ci vuole tutti malati

padre(Recensione del libro di Claudio Risé, Il padre libertà dono, a cura di Paolo Marcon)

Fuori dal “sociologico recinto d’obbligo”. E’ lì che conduce, sempre, la lettura dei libri di Claudio Risé. Che non mirano direttamente a spiegare, definire minuziosamente, prima di tutto invitano a guardare con rispetto e curiosità alle esperienze di quella vita che origina dal padre e dalla madre, lungo tutto il suo sviluppo.

L’approccio qui adottato è multidisciplinare, non limitato al campo psicoanalitico: Il padre libertà dono (Edizioni Ares) è forse l’opera più radicale – perciò indubbiamente anti-politica –, dell’Autore.

E’ nei pressi di: libertà, salute, schiavitù , “malattia” (quest’ultimo termine, invero, adoperato con molta cautela da Risé, che nella sua riflessione cita anche orientamenti eterodossi, quali l’etnopsichiatria), che si sviluppano le argomentazioni appassionate di questo lavoro. Non si tratta, beninteso, di concetti astratti, bensì di fatti concreti, fenomeni di cui fare (facciamo) esperienza.

Libertà allora – ricorda Risé, non è un’astrazione, è la “sorgente viva dell’essere”, ciò che permette di correre l’avventura della formazione della propria identità. E’ sempre un fatto presente (o assente) in un essere umano, in un singolo essere umano. “Libertà” è un fatto personale, appassionarsi alla libertà è appassionarsi alla propria libertà, appassionarsi a Sé. Alla difesa della propria integrità/salute, dalle aggressioni esterne (mosse dagli “idoli collettivi”) e dalle pulsioni coattive interne (slegate dal principio di realtà, e finalmente dallo stesso principio di piacere), che minano la capacità di ricercare il proprio benessere. In una dimensione dinamica: perché “libertà” non è un “dato”, è un processo, un continuo “percorso di liberazione”. Leggi il resto dell’articolo

Il Padre liberatore e l’Esodo verso la libertà

padre(Intervista a Claudio Risé, di Riccardo Caniato, da “Studi Cattolici”, n. 626, aprile 2013)

Professore, un nuovo libro sul padre, perché è urgente parlarne?
Perché (tra l’altro) è un’emergenza sociale. «Dobbiamo fare di più per incoraggiare la paternità. Ciò che fa di te un uomo non è la capacità di generare un figlio. È il coraggio di crescerlo. Famiglie forti creano comunità forti». Non sono parole di un conservatore attardato, ma del Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, il quale ha sentito il bisogno di dirle e insistervi nel suo recente Discorso sullo Stato dell’Unione, il primo dopo la rielezione (contraddicendo così altre sue note posizioni sulla famiglia, maggiormente destinate alla propria immagine mediatica). Gli Stati più avanzati (anche nella disgregazione familiare) devono però riconoscere – seppur tra mille contraddizioni – il loro “bisogno di padre”, almeno per evitare guai peggiori.
L’Occidente è impantanato in una liquidazione (in parte autoliquidazione) della figura e responsabilità paterna che ha contribuito alla disgregazione familiare, al crescente disagio psicologico, e all’avvento di quella “società liquida” nella quale identità e sentimenti perdono le proprie forme trasformando il campo delle relazioni in quella “terra di nessuno” di cui parla Pietro Barcellona nella forte prefazione che ha fatto al mio libro.

Nel suo libro risale a un archetipo paterno rintracciabile nell’arco della cultura occidentale dall’Esodo e dal Cristianesimo fino a noi… Che cosa incarna questo archetipo?
Rappresenta la figura dell’origine e dello sviluppo umano. Il Padre che ti mette nel mondo, ti riaccoglie e ti conforta nel corso della vita, fornendoti le energie e direzioni necessarie a rimanere liberamente capace di amare e donare, e aiutandoti a capire il senso della perdita, e anche della morte. Leggi il resto dell’articolo

Disprezzo per l’impresa e disoccupazione crescente

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 13 agosto 2012, www.ilmattino.it

Nell’Italia della crisi e della disoccupazione crescente, molte aziende non trovano risposte alle loro offerte di lavoro. Quei posti, di solito (ma non solo) operai specializzati nella meccanica fine e tecnici informatici sofisticati, corrispondono spesso ai “sogni adolescenziali” che il trenta-quarantenne in crisi racconta allo psicoterapeuta oggi, quando l’impiego scelto perché più “sicuro” o “d’immagine” lo lascia a spasso. Come mai quei ragazzi non seguirono le loro vocazioni?
Si tratta di una questione che questa rubrica segue con attenzione, ed è ora confermata da un nuovo rapporto dell’Unione delle Camere di commercio. Nelle sue pagine, ricche di dati e statistiche, si mostra come molte aziende in Italia fatichino a trovare le persone necessarie al loro sviluppo.
Perché, però, in Italia moltissimi giovani, malgrado le loro diverse aspirazioni, finiscono con l’impegnarsi in professioni inflazionate rispetto alle necessità di oggi, come la pletora di avvocati (se ne occupa ora Severino), psicologi, ed altre occupazioni a difficile impiego, trascurando invece le richieste del mercato del lavoro? Leggi il resto dell’articolo