Competere con tutti lascia soli

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 12 ottobre 2009, www.ilmattino.it

Dietro ai tanti malesseri di oggi; dietro alle ragazzette vittime o delinquenti date in forte crescita dai servizi sociali, ai padri che abbandonano o vengono abbandonati, alle madri prese da raptus omicidi; dietro a gruppi sociali scollati tra loro e preda dell’odio reciproco; dietro alle depressioni coperte dalle droghe, sta una sola parola, che descrive una condizione precisa e concreta: solitudine. Quella di chi è in famiglia, ma non sente su di sé uno sguardo che sia attento e amoroso.
Ma anche la solitudine di chi abita un territorio dove i legami sociali si sono allentati, e la gente non ti guarda, non ti vede se non per misurare il tuo successo sociale, la tua capacità di spesa.
Infine la solitudine di chi non sente più la solidarietà e l’affetto dei pari, la compagnia di quelli che fanno il tuo stesso lavoro, sui campi, in azienda, o nelle professioni e nei servizi, perché questa vicinanza è stata sopraffatta dalla competizione, dal lasciarsi dietro il pari grado per avvicinarsi a chi ha uno stato superiore, e dall’ansiosa presa di distanza da chi rimane indietro.
Queste dinamiche, lo sappiamo bene, sono sempre esistite, e sono legate in parte all’istinto di sopravvivenza, in parte a quella che Nietzsche ha chiamato «volontà di potenza». Quella spinta naturale per la quale un ciuffo d’erba tende ad allargarsi occupando lo spazio dei fili vicini.
Tuttavia nella storia e nell’indole umana è presente una forza particolare, che non ha la stessa evidenza nel mondo puramente naturale: quella dell’amore. È solo l’amore, quello cui si riferivano i fondatori della psicoanalisi col nome di Eros, a contrastare il vissuto inappagato e inquieto della solitudine (quella cui si ribella anche il primo uomo, Adamo, chiedendo al Signore una compagnia, uno sguardo, una voce).
Fu l’amore, oltre che la ricerca di alleanza, ad ispirare lungo la storia umana la solidarietà, il rispecchiarsi nell’altro, l’appartenenza. Sentimento complesso, l’appartenere ad altri, ad una patria, una classe, una comunità, una professione, arte o mestiere. Tuttavia è proprio lì che nasce l’identità, che non si costituisce certamente solo con quattro dati anagrafici. Ed è proprio l’identità, che rende meno forte, o più accettabile, il morso della solitudine. Come raccontano tante poesie, o lettere di emigranti, anche italiani: non sei veramente solo quando hai una Patria, una terra di origine, un popolo cui appartieni.
La famiglia, lo sguardo attento e amoroso della donna, dell’uomo, dei figli, è l’ultimo, importantissimo tratto di questo filo affettivo che ci lega al resto dell’umanità, indebolendo la solitudine e le sue patologie. Così, almeno è stato, con alterne vicende, nel corso del tempo.
Nell’epoca in cui viviamo la competizione economica ha però assunto un’importanza particolarmente vistosa, assicurando contemporaneamente un grande sviluppo della ricchezza (non altrettanto, pare, della felicità). La spinta a prevalere, a vincere e distaccarsi dall’altro ha così indebolito quella a legarsi, a cercare la solidarietà, l’essere insieme, l’amore appunto. L’interesse alla contrapposizione delle classi ha prevalso su quello della solidarietà tra tutto il popolo, quello della competizione tra i generi ha prevalso sull’amore tra uomo e donna, quello dei singoli territori su quello del benessere di tutta una Nazione.
Questa competizione universale non poteva restare esterna alla famiglia, oggi teatro di conflitti plurimi: padre-madre, genitori-figli, e quindi di nuove, profonde solitudini. Che diventano rapidamente terreno di crescita di ogni malessere e devianza.

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2 Responses to Competere con tutti lascia soli

  1. Fabio says:

    Bel pezzo, che sostanzialmente condivido; anche se, personalmente, ritengo che i fenomeni di violenza che lei evidenzia fossero altrettanto – se non di più – diffusi in passato, sebbene per cause diverse.
    (Non dimentichiamoci che la violenza è insita nell’essere umano).
    Il punto sul quale mi trovo totalmente d’accordo, è quello riguardante la competizione fra i sessi, che ha reso difficilissimo – soprattutto per l’uomo – rapportarsi con l’altro sesso.
    Nella mia personale esperienza, così come in quella di molti altri mie coetanei (ho 36 anni), ormai relazionarsi con una donna è più che altro un esame, una sfida, una guerra anziché un piacere. E lei, la donna, è il Supremo Giudice che stabilisce se sei maturo o no, se sei “bravo a letto” oppure no, se sei maschilista oppure no, ecc ecc. Insomma, molto meglio starsene soli e, eventualmente, se si hanno le possibilità economiche per farlo, andare con delle prostitute. Di questo ritengo abbia una grossa responsabilità il Femminismo, nonché gli intellettuali e tutti quegli uomini potenti che hanno permesso, tramite la scuola e i mass media, il propagarsi di quella maligna e distruttiva ideologia.

  2. Giulia says:

    Una competizione di cui, forse, si parla poco (non dico in questa sede, ma in generale nei vari sistemi di comunicazione) è quella tra genitori e figli, mi sembra riguardare soprattutto i padri e che consiste nel vedere il proprio figlio come un ostacolo al proprio rapporto con il coniuge. In effetti i figli chiedono attenzione, tempo, soddisfacimento dei bisogni materiali ma anche di necessità di altro tipo. Ad aggravare il disagio tra uomo e donna (dovuto alla crisi dei ruoli, ecc.) capita che ci sia anche quest’immaturità del genitore che da una parte desidera i figli, ma poi non sa guardarli per quello che sono e non riesce ad avere altro che un rapporto “alla pari”, riducendo la relazione a una prova di forza, una gara a chi la spunta per conquistarsi il tempo e l’attenzione del compagno/a.
    Purtroppo molti mariti non sanno che le loro mogli – e mi ci metto per prima – si amano prima di tutto nei figli (proprio come Gesù chiede di essere amato nel prossimo). Vedere un compagno che si prende cura di loro e li ama, suscita grande stima e riconoscenza in una madre, le rende orgogliose dell’uomo che hanno di fianco. Viceversa, un padre che tende alla freddezza (quando non al maltrattamento) verso i figli, genera disgusto e allontanamento.

    E’ necessario puntualizzare, tuttavia, che non è raro che i mariti si allontanino a loro volta proprio perché le neo-mamme, per prime, li mettono “da parte” in nome dell’arrivo di un figlio, lasciando che quest’ultimo stravolga loro la vita, il loro tempo, i loro affetti…e qui bisogna che le donne lo riconoscano e facciano un bel mea culpa.

    Giulia

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