Il doppio

Claudio Risé, da “Liberal”, n. 37, settembre-ottobre 2006, www.liberalfondazione.it

“Man is not truly one, but truly two”, l’uomo non è veramente uno, ma in realtà due, con questa intuizione fulminante, contenuta nello Statement, nel memoriale sul proprio caso, lasciato dal dottor Henry Jeckyll, Robert Louis Stevenson inaugura la psicologia del profondo. Siamo nel 1886, l’anno in cui Sigmund Freud apre il suo primo gabinetto terapeutico, e tre anni prima della pubblicazione di “L’automatisme psycologique” di Pierre Janet. Le notazioni di Stevenson sulla naturale doppiezza, anzi molteplicità, degli aspetti e contenuti della psiche umana, rimangono ineguagliate (sia in campo letterario, che psicologico) nella loro precisione. Da allora ad oggi sono accadute molte cose, dalla pubblicazione del saggio Der Doppelgänger (il doppio) dello psicoanalista austriaco Otto Rank, al riconoscimento americano delle sindromi di personalità multipla, con i giudici che fanno giurare più volte gli imputati che ne sono affetti, con i diversi nomi che immaginano di avere.
Tutto ciò ha però confuso la geniale intuizione di Stevenson («l’Io padroneggia a fatica una molteplicità di aspetti, che deve cercare di integrare se non vuole perdere l’equilibrio»), con l’idea – timore della scissione, che cioè, “un uno diventi due”. Il fatto è che lo siamo già (ed anche di più, diceva Stevenson); saperlo non è un evento patologico, come pensava la letteratura romantica prima della psicoanalisi; ma un’impegnativa opportunità terapeutica, da amministrare per lo sviluppo degli aspetti inespressi della personalità, e la conquista di un vero equilibrio. Sta alla terapia portare alla luce della coscienza queste manifestazioni, evitando disastri, ma anche soffocamenti della personalità.
Naturalmente l’integrazione di questi aspetti “altri”, è difficile: può accadere anche di perderli (magari delirandoli), anziché includerli in una personalità che guardi generosamente fuori dall’Ego. E’ piuttosto questo, allora, il rifiuto e il timore del doppio, l’oggetto dei bei romanzi presentati nella raccolta curata da Guido Davico Bonino, Essere Due, Sei romanzi sul Doppio, (Einaudi, 2006, E.18). Il doppio viene rifiutato nel Peter Schlemihl di von Chamisso, che cede sbadatamente la propria ombra per accorgersi solo dopo che non si può vivere senza (l’ombra è peraltro più vasta e indeterminata del doppio, anche se vi si possono trovare molti “doppi”, compagni di strada, da integrare). Anche La Principessa Brambilla, di E.T. Hoffmann non è il doppio della sartina Giacinta, né del suo innamorato, il vanesio attore Giacinto, ma piuttosto l’oggetto del loro delirio narcisistico. Così come Il Sosia è la produzione del delirio persecutorio di Dostoevskji, non il suo doppio. Hyde è l’ombra, e non il familiare e simile doppio di Jeckill, così come il peccatore del ritratto è l’Ombra di Dorian Gray, con la quale l’uomo non vuole aver nulla a che fare. Produzione di modernissimo delirio fobico ossessivo, e non certo Doppelgänger, tuo simile compagno lungo le strade della vita, è infine l’insetto in cui si vede tramutato Kafka ne La metamorfosi.
In tutte queste narrazioni, manca in realtà il primo requisito del doppio: l’essere due, molto simili, e magari amici, che camminano insieme. Esse sono invece la perfetta rappresentazione della cultura dell’800 e del primo novecento, ossessionata dalla difficoltà di integrare le parti meno convenzionali del sé, ed insieme dal timore di perderle. Il libro dimostra come è più facile scindersi, o delirare, piuttosto che accogliere veramente l’altro, scarafaggio, o principessa, dentro di noi.

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