Lavorare tutta la vita, godendosela

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 12 aprile 2010, www.ilmattino.it

Tra le industrie in pieno sviluppo, c’è quella della seconda metà della vita: come prepararvisi, cosa farne, come organizzarla. In poco più di mezzo secolo, questo periodo dell’esistenza, è diventato, da geniale intuizione dello psicologo Carl Gustav Jung (il primo che l’ha nettamente distinto dal resto della vita), un fenomeno economico, sociale, mediatico.
Comincia a circa 35 anni, e va avanti fino alla fine, cioè (con le attuali aspettative di vita), ben più del doppio della prima. Jung la «scoperse», notando che i pazienti da quell’età in poi sviluppano problemi diversi da quelli dei ventenni. Mentre i giovani sono proiettati verso l’esterno (la carriera, la coppia, la casa, il successo, lo status sociale), dai trentacinque anni (circa) in poi la psiche presenta, in modi diversi per ognuno, una domanda di senso dell’esistenza, che pone problemi, e inquietudini diverse.
Dal punto di vista fisico poi, mentre la prima metà della vita è sotto il segno dello sviluppo, la seconda metà è caratterizzata da quelle modifiche che fino a pochi anni fa chiamavamo direttamente invecchiamento, e che oggi ci sembrano più caratterizzate da problemi di mantenimento delle energie e di trasformazione nel loro impiego.
La crescita è comunque dietro alle spalle, e si pongono questioni più sottili, maggiormente legate a considerazioni qualitative, piuttosto che quantitative: non importa la quantità delle masse muscolari, ma la loro tonicità e flessibilità; anche la sessualità va giocata sulla qualità emotiva, piuttosto che sul «catalogo» delle conquiste. Insomma, tutto diventa diverso, ed anche l’osservazione psicologica del terapeuta deve avere (e saper sviluppare) uno sguardo differente.
A queste caratteristiche psichiche e affettive l’ultimo mezzo secolo (soprattutto gli ultimi vent’anni) ha aggiunto altri fenomeni storici e sociali che differenziano nettamente questi due periodi. L’organizzazione del lavoro è cambiata profondamente. Da una parte c’è la carriera aziendale, che può cominciare anche molto presto e, nella media, raggiunge il suo vertice prima dei cinquant’anni (in Italia non è ancora così, c’è una maggiore «gerontocrazia», ma ci si andrà). Dall’altra c’è un campo di attività vastissime, meno burocratizzate e più individuali o «di rete», più legate alle intuizioni e capacità creative dell’individuo.
Accade così sempre più spesso che nella prima metà della vita vengano messe a fuoco progressivamente capacità, interessi, intuizioni che la relativa impersonalità delle grandi aziende, spesso multinazionali, costringe a soffocare. È importante però non vivere questo sacrificio solo come frustrazione, ma valorizzarlo sviluppando quegli interessi e potenzialità che potranno essere utilizzate nella seconda metà della vita: nuovi lavori, passioni, attività. Tutti i settori oggi in sviluppo: le nuove forme di comunicazione, di rete, musicali e di intrattenimento, culturali ed anche politico-sociali (come il volontariato), possono giovarsi dello sguardo più lungo e più approfondito di chi è nella seconda metà della vita.
C’è poi tutto il settore delle arti e mestieri, devastato negli anni dello sviluppo industriale e commerciale indifferenziato, ma che oggi conosce una nuova domanda da parte di consumatori più raffinati ed esigenti di quanto offra la produzione di serie. Anche qui la persona nella seconda metà della vita può portare quei talenti e interessi che ha scoperto in sé nella prima (allora accantonandoli), ed ora organizzarli come nuovi modi di produrre reddito e come stili di vita.
Il campo è vastissimo. La «pensione» non c’è più.

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2 Responses to Lavorare tutta la vita, godendosela

  1. fabio says:

    ho 35 anni e mi rivedo molto in questa “seconda domanda” di cui lei parla, e che ci si inizia a porre a questa età; però mi sento molto solo perchè mi sembra che poche persone “accettino” questa domanda perchè li spaventa, forse perchè nei media non se ne parla (ma si propone ad oltransa la prima domanda), perchè hanno paura di essere diversi, del cambiamento, pensano sia depressione; insomma io credo che questa domanda se la fanno in moltissimi ma che pochi abbiamo l’onestà di condividerla con gli altri; forse è per questo che siamo sempre più soli.

  2. Redazione says:

    Ciao Fabio, il fatto è che dare senso alla vita, come si sente di dover fare quando si entra nella sua seconda parte, richiederebbe guardarne lucidamente il punto d’arrivo, che è la morte. Ma il modello culturale della modernità ( e quindi i media, il sistema di comunicazioni etc.), ha rimosso la morte, parlarne non va bene, anzi è quasi impossibile. Ma se non guardiamo alla morte, non riusciamo neppure a vedere il senso della vita, e trovare il modo giusto per impiegare bene la sua seconda parte, quella finale, che la conclude. Claudio

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