Morte e resurrezione del maschio

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 19 novembre 2012, www.ilmattino.it

E’ davvero la fine del maschio? Probabilmente no, ma ci sono segni di cambiamento importanti. Per esempio nelle cliniche in giro per il mondo che applicano metodi per selezionare tra spermatozoi “maschili” e “femminili”, i genitori chiedono ormai in prevalenza femmine (negli USA nel 75% dei casi).
Sempre negli USA i tre quarti dei posti persi dall’inizio della crisi erano di uomini, e riguardavano settori “pesanti”, maschili. E le donne sono in testa ai diplomi universitari meglio pagati.
Inutile dire che le femmine, all’università (ma anche molto prima) hanno voti migliori dei maschi. In molte professioni, dalla ricerca alla finanza, le donne si fanno strada con più forza, e nei Paesi più industrializzati ormai il livello di occupazione è uguale per maschi e femmine.
Certo, il cambiamento è più impressionante negli Stati Uniti dove l’immagine del pioniere-cowboy, che letteralmente “apriva la strada” alla famiglia, appartiene all’inconscio collettivo. Però il fenomeno è visibile dovunque, anche nei paesi del centro-nord Europa o di nuova industrializzazione, come la Corea.
Le donne lavorano, si occupano della casa, continuano la loro formazione universitaria e professionale. Gli uomini, spesso, prendono gli assegni dello Stato e seguono i bambini.
Aumentano i matrimoni “elastici” dove in certi periodi è lei che sta più in azienda e lui in casa coi bambini, e in altri le parti si rovesciano. Come Pensieri e passioni ha segnalato, alcuni paesi, come l’Inghilterra, aiutano queste trasformazioni con apposite leggi, ispirate a grande flessibilità.
In questa fase i maschi fanno più fatica a trovare il proprio ruolo.
Il valore della forza e resistenza fisica, prima premiate nelle professioni militari, nell’agricoltura tradizionale e nell’industria pesante, è oggi discusso un po’ ovunque.
Il maschio è attentamente misurato nei test scolastici o aziendali, e valutato senza particolari sconti anche nei rapporti familiari, dove in molte situazioni (soprattutto dopo lo scoppio della crisi), quando perde il lavoro è semplicemente visto come una bocca da sfamare in più.
Su questo argomento proprio una donna, Hanna Rosin, (nata in Israele, cresciuta nel popoloso quartiere dei Queens dove suo padre era tassista, poi diplomata al College e all’Università di Standford), ha scritto un libro documentato e di successo: La fine degli uomini (The end of men).
Siamo lontani dalla retorica anti maschile, tuttavia la realtà è quella dei dati e delle notizie, assai dure per gli uomini. Che non sembrano però vivere quanto sta accadendo con troppo stupore o spavento, o almeno non sempre.
Forse perché, al di fuori dalla retorica anti patriarcale, la vita del maschio non è mai stata una passeggiata, anche quando lui stesso credeva di essere in vetta. Che voleva dire – tra l’altro – partire per la guerra (ce n’era una in ogni generazione), lavorare duramente per tutta la famiglia, morire prima della compagna.
Verso la fine del 900, con gli ultimi colpi dello sviluppo economico, questo modello maschile duro ed “eroico” aveva lasciato spazio a ciò che la femminista Faludi chiamò: la maschilità ornamentale, accessoriata. Ma era già crisi, e poco piacevole.
Ora, mentre gli uomini scoprono che stare coi bambini è emozionante, e cucinare non è male (i cuochi migliori sono spesso uomini, ovunque), si aprono ai maschi nuove carriere: infermieri, maestri, padri a pieno servizio.
Alcune (il maestro) le hanno già frequentate in passato, le altre le stanno scoprendo. Intanto le donne sperimentano la durezza dell’azienda.
Forse ci sarà un giro di posti attorno alla tavola.

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7 Responses to Morte e resurrezione del maschio

  1. galvanor says:

    Caro Maestro mio, è tutto vero quello che dici, come sempre del resto. I Tuoi articoli, però, hanno spesso il sapore di una pietanza prelibata che termina troppo in fretta. Sì, d’accordo, nei ristoranti raffinati è questo che accade; e anche negli elzeviri dei numeri uno. Siccome io numero uno non sono, consentimi di scrivere il “boccone che mi sazia”, altrimenti questa notte non dormo e domattina faccio tardi al lavoro. E Tu non vuoi questo, vero? Allora: stare con i bambini sarà senz’altro emozionante; cucinare non solo non è male, ma a volte è davvero delizioso e appagante; benissimo i maschi infermieri (ma ne ho sempre visti tanti, a onor del vero); benissimo i maschi maestri e ok donne rampanti in Azienda. Cerchiamo, tuttavia, di evitare disequilibri che poi si trasformino in boomerang, perché è quello che sta accadendo ora e non va bene. Un conto è la parità, altra cosa “la trasvalutazione di tutti i valori”. Senza farla tanto lunga: sappiamo entrambi che questi sono “attimi dell’eterno fluire di tutte le cose” e queste parole sono destinate a “perdersi nell’aria, come lacrime nella pioggia”. Fino a quando saranno valide, però, diciamocelo senza tanti giri di parole: una messa a punto si rende necessaria. Non saranno più i tempi “dell’uomo educato alla guerra e la donna al ristoro del guerriero” (per fortuna), ma da qui a lasciare campo libero a tutte le donne, in ogni contesto, e traslarsi in un ruolo subalterno che avrebbe solo un sapore osceno, ce ne vuole… 🙂 E in quanto all’università, sì, su venti studenti, dieci maschi e dieci femmine, il numero dei “bravissimi” sarà sempre più alto tra le femmine, come tutte le statistiche dimostrano. Ogni mille, forse anche duemila studenti, però, ve ne sarà sempre uno “geniale”, che forse prenderà il premio NOBEL o quanto meno cambierà il mondo. E quello, lo sai meglio di me, sarà sempre maschio 🙂 Ahhh! Mi sento già meglio. 🙂 Vado a cena: polletto ruspante con crema di funghi, una miniporzione di patate fritte e mezzo bicchiere di Vernaccia di San Gimignano. (L’altro mezzo bicchiere mentre mi godo Crozza a Ballarò).

  2. GDN says:

    Sono onestamente dispiaciuto della “fine” del maschio. Già da un po’ avverto questa sensazione guardandomi intorno. No, mi spiace ma il maschio va richiamato in causa!!! Se oggi corriamo tutti questo periodo cosi buio è perchè manca proprio Lui ed anche Lei. E credo proprio che l’assenza di un Padre (Leader) capace di contenere l’aggressività di un popolo infantile quale il nostro porterà a degli ulteriori scenari di violenza..

  3. JanQuarius says:

    A me sembra che il rovesciamento dei ruoli non sia una cosa naturale, ma con l’articolo scritto sopra concordo quasi in pieno.

  4. Sara says:

    Sono daccordo che la strada che si deve cercare non è quella della “sostituzione” ma quella della “complementarietà” e dell’arricchimento reciproco, in famiglia, in società e nei diversi ambiti lavorativi. Non si dovrebbe litigare per prendere il posto dell’altro ma occupare il proprio ruolo dando il meglio di sè e sapendo che l’altro/l’altra ci può solo rendere migliori e quindi collaborare nel rispetto e nella stima reciproca valorizzando la diversità…del resto nelle famiglie dove questo accade si vedono ottimi risultati e sono convinta che ciò vale anche per ogni ambito lavorativo.
    Purtroppo questa consapevolezza, soprattutto in Italia, è ancora ben lontana.
    Negli studi e sul lavoro le donne riescono meglio non perchè siano più intelligenti degli uomini (l’intelligenza è diversa e anche quì M e F devono arricchirsi a vicenda…non mettersi in contrapposizione!) ma semplicemente perchè se sei donna nell’ambito lavorativo ti viene chiesta molta più fatica, impegno, dedizione per raggiungere un obiettivo, rispetto a quanto è chiesto ad un uomo..e purtroppo questo porta spesso ad assumere un ruolo pseudo-maschile anzi che valorizzare al meglio ciò che una donna può portare come contributo in questo ambito (qualsiasi sia)
    Ad una donna di 30 anni che cerca un lavoro in Itaaia (ma forse non solo da noi) viene chiesto di non cercare dei figli se vuole quel posto di lavoro oppure di scegliere tra carriera e famiglia (carriera = fare da segretaria e passacarte a qualche manager…mica per il ruolo di manager – E parlo per esperienza diretta: in quei momenti mi sono vergognata di vivere in questo paese)….e purtroppo oggi senti voci che questo comincia ad essere richiesto anche agli uomini…(non proseguo perchè apro una parentesi infinita…tralaltro quasi inutile di questi tempi che di lavoro non ce n’è più per nessuno…o per pochi).
    Riguardo al discorso sul premio Nobel mi sembra un po’ “facile” :dato che culturalmente siamo ancora in una società un po’ maschilista mi sembra scontato che il maggior numero di premi sia dato ad uomini (che tralaltro erano gli unici a poter studiare n passato).
    Credo che ci siano donne meravigliose e altrettanti uomini meravigliosi che meritano questi premi e attaccarsi ai discorsi di chi è meglio soprattutto in questi ambiti eccellenti mi sembra un grande limite concettuale.
    Finchè non capiremo che la sfida è quella del “camminare insieme è meglio” sarà sempre difficile e non saremo in grado di migliorare la società che stiamo costruendo per i nostri figli!

    • Daniele (ex Strider) says:

      Francamente mi sono proprio stancato di questa leggenda urbana, propagandata in ogni dove, secondo la quale in ambito lavorativo ad una donna viene richiesta molta più fatica, impegno, ecc.
      Io sono un militare, perciò posso assicurare che in tale contesto le femmine godono di numerosi privilegi rispetto agli uomini, a partire dalla possibilità (apparentemente banale; ma che non lo è affatto) di portare i capelli lunghi, per non parlare delle prove fisiche “differenziate” e ribassate.
      Ma tralasciando il mio ambiente, rammento che gli uomini sono coloro che svolgono i mestieri più pesanti, usuranti e pesanti e non a caso sono il 98% dei morti sul lavoro.
      (Ed è anche per questo che in certi casi sono più pagati; altro che discriminazione contro le donne…)
      E sempre gli uomini sono coloro che hanno costruito questa società a misura di femmina, sono gli uomini che hanno “liberato” il sesso femminile, checché ne dicano i mass media, le femministe e i cagnolini scodinzolanti al loro seguito.
      “Piccoli” dettagli di cui le femmine si guardano bene dal parlare.
      Riguardo alla questione dei premi Nobel, faccio notare che la genialità prescinde i risultati scolastici… ma, guarda caso, a vincerli sono solitamente uomini.
      (Lo stesso discorso vale per i vincitori della medaglia Fields)
      Per concludere: questa storia secondo cui l’Italia sarebbe un Paese maschilista ha veramente stancato. Ha stancato perché nei fatti l’uomo comune conta meno di zero; ed ha stancato perché quella italiana è in realtà una società mammista-ginocentrica.

  5. Roberto B. says:

    Io credo che l’essere maschio non vada associato a nessuna attività particolare, guarderei la cosa con occhi diversi, del tutto anticonvenzionale e antitradizionalista. Le peculiarità del maschile non trovano sfogo in una particolare attività ma nel modo in cui si approccia all’azione, alla propensione al rischio, al desiderio di esplorare nuovi territori, di osare laddove nessuno ha mai osato prima, alla scoperta dell’ignoto e ai rischi connessi. Le donne, in generale, conosco donne molto intraprendenti ma, che a mio parere hanno ben sviluppato la loro parte maschile, sono portate più ad intraprendere attività già ben definite e sicure, prive di rischi e sorprese.
    Ritengo attualmente un territorio di scoperta proprio l’interessarsi dello sviluppo dei giovani, un settore fin troppo vituperato e visto come mestiere da affidare a qualche semianalfabeta senza voglia di impegnarsi in nulla. Una trascuratezza enorme che credo stiamo pagando pesantemente e che ci ha portato ad essere un popolo di sbandati all’eterna ricerca di soddisfazioni residuo della nostra infanzia.
    Passare dal valutare le attività maschili e femninili in base al genere di attività a distinguere il diverso modo di approcciare il proprio impegno lavorativo (e non) credo sia fondamentale per evitare svalutazioni, competizioni distruttive, scontri insensati e settori di attività privi di innovazione e ricerca lasciati stagnare nella coltivazione della consuetudine.

  6. Roberto says:

    Articolo molto interessante e che “mi tocca personalmente”. Infatti ho sempre avuto problemi ad identificarmi nel ruolo che la società attribuiva al maschio.
    Assoluta difficoltà nel lavoro “tecnico” (fatico tutt’ora a comprendere i concetti dell’elettronica e meccanica) bravo nel problemi logici; negato per il calcio sia giocato che come spettatore: idem per il tennis, ping-pong… e non è stato facile scoprire che esistono sport “senza palla”… per non parlare della scelta del lavoro… è stata durissima perchè negli schemi mentali della famiglia c’erano lavori “da uomini” e fui costretto ad intrapprenderli senza esservi portato.
    Sono convinto che l’accettazione di se stessi e della propria sessualità sia un cammino, e fissare dei ruoli sociologici molto rigidi può essere causa di ulteriori difficoltà in chi in questi ruoli non si ritrova.
    Se si smontano ci saranno adolescenze meno difficili di come è stata la mia.

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