La paura: nuova virtù obbligatoria e vecchio metodo di governo

[Lettera di Francesco Paolo Vatti, in coda la risposta di Claudio Risé, n.d.r.]

 

Carissimo professore,

è un po’ di tempo che mi gira nella testa un suo commento, secondo il quale la risposta al virus non sarebbe stata gestita secondo la psicologia. E’ un’osservazione molto interessante. Mi pare, infatti, che in una sorta di sforzo prometeico per non restare colpiti, si sia trascurato quello che gli uomini sentono. In particolare, è stato creato e alimentato un allarmismo, forse persino più elevato del pericolo reale (pure non trascurabile, almeno durante la scorsa primavera). Così, non ho visto dati ufficiali, ma non sarei stupito se il numero di suicidi quest’anno fosse più alto del solito. Altri hanno rinunciato alle normali visite periodiche e temo che anche questo abbia portato a più morti del solito.

Temo che l’idea di terrorizzare anziché informare abbia avuto e continui ad avere conseguenze piuttosto serie. Qui mi piacerebbe avere il punto di vista dello psicologo. Facendo lo psicologo da bar, mi verrebbe da dire che questa comunicazione non possa funzionare. Mentre ad aprile tutti conoscevamo almeno una persona in serie difficoltà (ospedalizzata, in terapia intensiva o addirittura morta), oggi tutto questo non succede. I numeri che si sentono ripetere non coincidono con l’esperienza che facciamo (in un certo senso, è come se tutto ciò avvenisse lontano da noi). C’è poi anche la tendenza che vedo nell’uomo a riprendere a vivere appena possibile (paesi e città dell’Appennino, soggetti spesso a terremoti, sono un esempio di quanto sto dicendo; mio padre mi raccontava che la gente andava al cinema anche durante la guerra…). Così, mi pare difficile mantenere precauzioni anche elementari in questa situazione…

Che ne pensa?

Grazie! Cordiali saluti!

Francesco Paolo Vatti

 

Caro Francesco, la straordinaria assenza di qualsiasi attenzione, empatia e considerazione psicologica  è stata  ormai riconosciuta come una caratteristica specifica dell’approccio del governo italiano al Covid 19: un misto di arroganza, indifferenza, e ignoranza, come se la psiche e i suoi fenomeni non giocassero un ruolo decisivo nella salute e nella difesa del corpo da attacchi esterni.

Al di là di questa prima valutazione però,  un altro fattore, rivelatore dell’anima profonda di questo governo, ha avuto fin dall’inizio grande importanza: la scelta depressiva, che è stata chiara fin dall’inizio. Anziché mettere al primo posto la continuazione della vita e la reazione aggressiva al virus (la ricerca delle cure possibili, lo sforzo di aggiornamento delle strutture sanitarie, la ricerca su come rafforzare comunque le difese immunitarie), la risposta è stata solo la chiusura e il rintanamento, anche rispetto al bosco o ai prati dietro casa per chi ce li aveva, ma non poteva metterci piede, se non voleva multe e grane. Qui l’ignoranza medico-sanitaria si è sposata alla tradizione depressiva dei regimi a vocazione repressiva e autoritaria, per i quali il primo obiettivo è indebolire la volontà popolare, per comandare più facilmente (soprattutto quando non si sa cosa fare e non c’è una cultura politica e di governo consolidata). 

Già nei primi decenni del ‘900, mentre sorgevano i diversi totalitarismi, lo scienziato politico ed economista Vilfredo Pareto segnalò la propensione dei regimi autoritari a tutto ciò che poteva indebolire la volontà individuale e la propensione al ritiro e alla fuga dalla responsabilità personale. Fare paura è lo strumento di governo più amato dai governi illiberali: se si può attribuire la colpa di tutto a un fattore esterno (qui: il virus) il gioco è fatto. Così  la paura viene installata tra le virtù civili  al posto del coraggio, ridotto a spericolatezza e propensione alla violenza. (come ho spiegato nell’articolo sulla Verità  http://www.claudio-rise.it/index.php/component/banners/click/1   )

Questo approccio assicurerà (come lei già ipotizza), nei prossimi anni molti più morti di quelli registrati adesso per il Covid 19: lo hanno calcolato con una certa precisione gli scienziati inglesi  di Oxford e Imperial College che hanno quantificato le ricadute  del lockdown tra i malati di patologie gravi (cardiache, renali, tumorali ed altri), non più curati e controllati ormai da mesi, ed inoltre colpiti il più delle volte da un inevitabile vissuto di abbandono, che non può non favorire sviluppi depressivi. Come già accade: in alcune province italiane il molto reclamizzato “ritorno del virus” (che in realtà erano le prime manifestazioni di un’ormai possibile, graduale, immunità di gregge), con le allegate minacce di nuove chiusure, hanno provocato un suicidio al giorno. Se non si valorizzano gli aspetti positivi di ciò che accade (come appunto una crescente diffusione asintomatica dell’infezione che porta gradualmente all’immunità), e si presentano solo gli scenari paurosi, si diffonde la paura, e la morte.

In questo scenario è necessario assumersi la responsabilità della propria posizione, libertà e salute, poggiando sulle proprie forze. La prima delle quali, per chi ce l’ha, è la fede. La contemplazione della Morte e Risurrezione è la  terapia più potente.

Claudio  

 

6 Responses to La paura: nuova virtù obbligatoria e vecchio metodo di governo

  1. Francesco Paolo Vatti says:

    Grazie Professore,
    La risposta è molto interessante e condivisibile. Purtroppo, la sensazione di una sospensione della democrazia, calpestando diritti costituzionali, come quello alla libera circolazione, all’aggregazione o al culto, è sempre più forte, anche se noto che chi ha più paura del virus tende a minimizzare questo rischio. Mi pare che questo triste episodio abbia ucciso alcuni miti, fra i quali quello che un governo democratico possa fronteggiare una situazione di emergenza: nei fatti, è stata ricreata la figura del dictator, tipica della repubblica romana. Se, al termine di questo mandato, i pieni poteri verranno rimessi, poco male. Ma ho la triste sensazione che gli Italiani siano purtroppo pronti ad accettare un governo autoritario….

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  2. Silvia X. says:

    Bentornato, Claudio.

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  3. Cristiano says:

    A me colpisce in particolare il tema dell’abbandono della responsabilità personale, per cui sembra che molti desiderino che gli venga detto cosa fare (mascherina, lavarsi le mani, distanziamento…). Come se queste cose facessero sentire “a posto”, ancora prima che dare sicurezza effettiva contro il contagio. Eppure credo che questa situazione abbia solo rivelato una posizione assai comune. Ma allora perché è così difficile prendersi la responsabilità per se stessi e risulta spesso preferibile delegare ad altri?

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  4. Claudio Rise says:

    Il fatto è che (per dirla in psicanalese) per prendersi la responsabilità è necessario un Io che -appunto – se la prenda. E ormai l’impressione è che nella società occidentale della tarda modernità consumistica vengono a mancare molti elementi costitutivi dell’Io: padre e madre nella loro pienezza di contenuti e rimandi formativi trascendenti; il rapporto con la terra natale; il corpo; il cielo; la fatica; il limite; la poesia; l’amore; Dio; la storia e il passato, indispensabili per affrontare il presente e il futuro (detto molta alla rinfusa).
    Tutto ciò, e molto altro, è necessario per formare un Io che si prenda la responsabilità di qualcosa, e regga gli eventi fuori dell’ ordinario. Ma questo Io non c’è più. L’uomo tardo moderno è l’Uomo vuoto di Eliot, servo volontario di qualcuno che gli dica cosa fare.
    E’ molto umiliante per tutti, ma è per adesso è così.

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